
I MIGLIORI VIDEOGIOCHI DELLA NOSTRA VITA.
Non importa se siamo gamer esperti o solo occasionali fruitori di Candy crush: tutti noi conserviamo almeno un videogioco nel nostro cuore, fosse anche quello sparatutto dalla grafica becera che da ragazzini ci consumava la paghetta settimanale nelle sale giochi.
Cambiano le epoche, cambiano i titoli e il format, ma è indubbio il preponderante ruolo che il mondo videoludico ha assunto nel corso delle ultime generazioni, divenuto ormai parte integrante della cultura di massa e spesso oggetto di culto, nonché un business da miliardi di dollari.
E perché no, in fondo? Da una primitiva partita a tennis fra due segmenti si è passati in pochi decenni ad avventure epiche ambientate in veri e propri universi alternativi, in grado di immergere totalmente il giocatore in una nuova realtà, di creare legami interpersonali con altri partecipanti solo in apparenza virtuali, o più banalmente di evadere per qualche ora dalla morsa della routine.
Per non parlare della funzione terapeutica che i videogiochi – specie quelli di ruolo – svolgono in particolari e delicate circostanze, e chiunque abbia visto il documentario strappalacrime La vita straordinaria di Ibelin lo sa bene.
Nonostante il continuo e sbalorditivo progresso tecnico in questo settore, sembra non sfumare mai il fascino nostalgico che i vecchi prodotti arcade esercitano sul pubblico, persino sui giovani che non hanno potuto provarli nel loro periodo di gloria.
Su queste solide basi si muove il video confezionato dall’instancabile Eric Power, animatore indipendente specializzatosi nella tecnica della cutout animation, quella forma di stop motion che si serve di figure ritagliate in carta e cartoncino anziché dei soliti pupazzi snodabili.
Un lavoro senza dubbio dispendioso in termini di fatica e di tempo, ma dalla resa unica, non paragonabile a nessun altro tipo di animazione.
L’effetto che si ottiene è volutamente grezzo, l’impatto visivo inevitabilmente piatto, e proprio in questa ricercata primordialità risiede la forza di opere dirompenti quali South Park o di ammalianti capolavori come Le avventure del principe Achmed.
Insomma, il format perfetto per parlare di videogiochi d’altri tempi, con le loro schermate bidimensionali e i loro schemi di gioco essenziali.
Servendosi delle sue amate sagome ritagliate, ma anche di ingegnose sculture di carta atte a simulare certi embrionali esempi di grafica tridimensionale, Power replica piccole porzioni di opere videoludiche più o meno note, con divertente precisione e ottimo senso dell’azione.
Da Tetris a Super Mario, passando per The Legend of Zelda e Mortal Kombat, per arrivare a più recenti esempi di revivalismo 2D come Cuphead e Limbo: la lista è ricca, e qualunque appassionato potrà divertirsi a scovare citazioni e riferimenti, rivivendo magari qualche bella memoria fanciullesca.
Liete sensazioni, che tuttavia stonano con la malinconica melodia del brano di Jeremy Messersmith: un testo elementare quanto sottilmente efficace nella sua schiettezza emotiva, accompagna un sound dolce, quasi infantile nella sua cadenza ritmica da ninnananna.
E così, mentre l’io narrante di Messersmith rammenta i piacevoli momenti trascorsi da bambino nell’illusoria realtà dei suoi adorati videogame, finendo poi per confrontarsi tra le lacrime con l’amarezza della vita adulta, la nostalgia dello spettatore si trasforma lentamente in mestizia.
Certe volte non c’è niente di meglio della semplicità, che si tratti di un videogioco, di un’animazione o di una canzone, per commuovere.
JEREMY MESSERSMITH. ERIC POWER. 2020.